L’undici agosto del 1998 a Tarragona Spagna, la mia vita è cambiata drasticamente in modo negativo. Era un lunedì sul pomeriggio tardi, io e i miei amici stavamo andando in spiaggia, eravamo tutti stanchi avevamo fatto serata e tornati all’alba, dormito qualche ora . Appena messi i piedi sulla sabbia bollente stendemmo gli asciugamani e ci sdraiammo per prendere il sole ma dopo cinque minuti ci eravamo già annoiati e mi ricordai che anni prima quando ero lì con la famiglia andavamo sugli scogli per fare i tuffi quindi mi venne la maledetta idea di portarci i miei amici, mia madre prima di partire si era raccomandata di non andare proprio su quelli scogli, in men che non si dica eravamo sopra le rocce a fare i primi tuffi, chi li faceva di piedi e chi come me li faceva di testa. Dopo una serie di “acrobazie” abbastanza brutte decisi di fare l’ultimo classico salto della giornata e chiesi a Salvatore di andare giù in acqua per farmi una foto ricordo; quindi, misi i piedi sopra la sporgenza che dava sul mare per darmi lo slancio, guardo sotto per vedere se Salvo era pronto per immortalare il gesto atletico (si fa per dire) feci un lungo respiro spostai quei piccoli ingombranti sassolini fastidiosi e.…via! Stavo volando verso il mare l’adrenalina era a mille come piaceva a me, il mare si avvicinava sempre di più ne sentivo l’odore il rumore era sempre più forte ma appena prima di immergermi non so il perché non so cosa mi spinse ad alzare la testa per guardare, non l’avevo mai fatto, prima l’impatto con l’acqua spinse la testa indietro causandomi la frattura della seconda e prima vertebra (in gergo medico ruppi la C1-C2) li punto più bastardo per una lesione midollare, appena entrato in acqua mi sentivo tranquillo come se abitassi da sempre nel mare e avevo gli occhi aperti, questo me lo ricordo bene, guardavo in torno e mi ritrovai su pino vedevo i miei amici sbracciarsi e non capivo il perché si agitassero così tanto di colpo mi sentii trascinare velocemente fuori dall’acqua, era Salvo, ci raggiunse anche gambo e insieme mi appoggiarono sulla scogliera appuntita, talmente appuntita che per starci sopra dovevi avere per forza le scarpe o ti tagliavi, era una piccola caletta che usavamo come strada di ritorno , e quando mi accorsi dov’ero sdraiato avevo capito tutto, avevo capito che la mia vita era appena cambiata. La voce non c’era più e anche il fiato cominciava a mancare, sentivo la gola stringersi e con le ultime forze dissi a gambo che non respiravo e di farmi la respirazione bocca a bocca mentre a Salvo gli dissi di spingere sul petto dopo pochi secondi svenni ma i miei amici furono capaci di tenermi in vita per un’ora, non male per dei ragazzi di perifera, nel mentre i soccorsi arrivarono mi imbragarono come un involtino primavera per poi portarmi in ospedale.
Il mio amico Alessandro N.2 (detto patata) andò subito a chiamare mio zio Dante, zia Laura, zia Adriana e zio Vincenzo che erano in un altro appartamento nello stesso campeggio dicendogli cos’era successo per poi accompagnarli in ospedale, zia Laura ebbe l’amaro compito di chiamare mia madre che svenne subito cosi cercarono mio padre che parlo con zio Dante che gli racconto quello che successe (tutto questo a me fu detto dopo mesi) chiusa la cornetta del telefono i miei genitori più alcuni parenti partirono subito per la Spagna senza nessun bagaglio niente di niente solo i soldi per affrontare il viaggio. Le prime notizie che i medici gli dissero era quella di sperare di passare la notte e nell’eventuale questo accadesse spiegargli bene il danno subito e cosa mi aspettava in futuro, previsioni sulla mia vita e li fu un trauma per tutti. Mentre passava la notte c’era chi pensava per il mio bene che forse era meglio finisse tutto lì, sinceramente era un pensiero legittimo che ci stava tutto visto i propositi che la vita mi offriva.
Passata la notte critica i miei occhi si aprirono perché in fondo quella stronza, la vita, mi voleva ancora con sé e per quanto fosse strano non riuscivo a essere triste, ero tranquillo curioso di tutto quello che mi circondava i macchinari, aste con appese sacche di tutti i colori, una stanza enorme con una di quelle poltrone che davano la possibilità di stendere le gambe. Davanti a me due persone che mi fissavano, erano mio cugino Liano e mio fratello Fabio, non ricordo bene cosa mi dissero ma ero contento di vederli solo che non potevo dirglielo ero senza voce e cercavo di abbracciarli ma le braccia mi davano sempre un due di picche allora facevo l’unica cosa che mi era possibile fare sorridevo, sorridevo a tutti soprattutto alle infermiere. Ero messo su uno strano letto tutto legato e mi chiedevo il motivo di farmi sentire come una soppressata calabra, poi scoprii le perche di tutte quelle cinture sadomaso in poche parole il letto ogni ora si inclinava una mezzoretta a destra e sinistra per smuovermi le secrezioni. Subito dopo aver preso coscienza entrarono in stanza mamma e papà fu un emozione indescrivibile loro cominciarono a piangere io invece trattenevo tutto dentro non volevo farmi vedere triste cercavo di fargli capire che era solo una mia solita cazzata del momento e invece di piangere ero tranquillo felice di vederli di chiedergli come stavano come era andato il viaggio come mi vedevano se ero brutto o bello anche perché avevo una reputazione da difendere non potevo sembrare uno scappato di casa e loro rimanevano spiazzati dal mio comportamento. Sapevo i pensieri che gli passavano per la testa tipo ma non si rende conto di quello che glie successo, oppure, e mo’ chi gli dice che non può più muoversi che non avrà più una vita normale…ma io conoscevo benissimo la mia situazione avevo capito ma non volevo buttargli addosso tutta la merda ricevuta da quel tuffo, tanto non sarebbe cambiato nulla quindi meglio riderci su in fondo ero ancora vivo. Nei giorni seguenti mi stabilizzarono la lesione con una piastrina in titanio mi misero una corona in testa ancorandola con delle viti nella testa (ho ancora le cicatrici) con lo scopo di trazione il collo tenendolo più fermo possibile, solo che in quel periodo avevo i capelli lunghi con un po’ di barbetta e con la corona sembravo Gesù.
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